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domenica 9 agosto 2015

Amsterdam - Musei, mercati e "vetrine"

Dopo il “tuffo nella natura”, il giorno seguente ci dedichiamo ad una visita culturale: il Museo Van Gogh.

Noi siamo stati saggi: abbiamo prenotato il nostro biglietto via web. E meno male…già un’ora prima dell’apertura fuori dall’edificio si snoda una coda lunghissima: tutti affamati d’arte o semplicemente attratti dalla nuova “moda culturale”?...temo il secondo caso, e ne avrò conferma una volta arrivata nella sale.

File di turisti all'ingresso del Museo Van Gogh 



Non amo particolarmente la pittura di Van Gogh, ma alcuni quadri sono davvero particolari. L’unico problema, durante la nostra visita, è la gente. Troppa, ammassata, maleducata. Folle di turisti si accalcano davanti alle opere, ma senza un vero interesse. Molti sono lì davanti e chiacchierano, guardano il cellulare, fotografano…ma i peggiori sono i visitatori “tecnologici”, muniti di Ipad, che si sono scaricati la guida multimediale e restano impalati per ore davanti a ogni quadro concentratissimi nella descrizione dei minimi dettagli…peccato che in alcuni casi il dipinto descritto e illustrato dal loro apparecchio non sia lo stesso davanti al quale stanno sostando. Non se ne accorgono nemmeno. La tecnologia è senz’altro utile, ma solo se usata nel modo corretto. In questo caso mi rende estremamente faticoso raggiungere una buona visuale o poter guardare un paesaggio da vicino.

Dintorni del Museo

Mi concedo una sosta nella caffetteria del museo, che affaccia su un bel prato verde. Il tempo sta cambiando, sono tornate le nuvole. Continuiamo comunque il nostro giro per la città, facendo un giretto nella zona a luci rosse. Personalmente ho trovato il tutto abbastanza triste. Ma è un modo (squallido) come un altro di gestire la prostituzione locale. Non ho fatto foto alle “signore” in vetrina, proprio per rispetto, come chiede il disegno al centro di una piazza. Dopo tutto, stanno lavorando, e preferisco lasciarle in pace a svolgere i propri compiti: esporsi in attesa del prossimo cliente.

Scorci dal Tram



 Nel quartiere a Luci Rosse


Ogni neon rosso è una "vetrina"...

L’unica cosa che posso dirvi, è di non aspettarvi di trovare sempre e dappertutto bellissime ragazze, ce ne sono senz’altro di giovani e carine…ma in molti casi le donne che si propongono per qualche attimo di passione a pagamento sembrano casalinghe attempate e dal fisico non proprio in formissima…e anche l’atteggiamento che dovrebbe invogliare i potenziali clienti nella scelta…è un’espressione di completa rassegnazione e menefreghismo nei confronti di tutto. Comprensibile, ma non per questo meno triste.

Ci spostiamo nel vicino quartiere cinese, visitiamo un tempio che sembra un posto fuori dal mondo, poi ci spostiamo in una piazza a curiosare tra le bancarelle di un mercato.

Tempio cinese

 Aringa in salamoia

Mercato locale



Per pranzo decidiamo di assaggiare l’unica specialità locale degna di nota, o meglio, la più diffusa, lo street food per eccellenza che trovi in ogni angolo della città: il panino con l’aringa. Qualcuno mi aveva messo in guardia: secondo il mio “informatore locale” l’assaggio avrebbe potuto essere traumatico e assai poco gradito. Preparandomi al peggio, ho ordinato presso un chioschetto all’angolo della piazza Spui, il mio soffice panino a base di aringa marinata e cipolla a pezzetti, evitando di aggiungere i cetriolini sottaceto, che detesto con tutto il cuore.

Nonostante le critiche e le numerose manifestazioni di disgusto che avevo trovato in rete da parte di turisti e altri blogger, sono rimasta piacevolmente sorpresa: non solo il gusto non è affatto male, ma la cipolla cruda ci sta benissimo e ho apprezzato veramente molto questo criticatissimo “spuntino” olandese. Tanto che, una volta tornata a casa, sono andata da Ikea a far scorta di aringhe in barattolo.

Quindi il mio consiglio è: non fatevi scoraggiare e assaggiatelo. Il cibo fa parte della cultura locale ed è sempre un’esperienza, tornare a casa senza fare nemmeno un tentativo sarebbe un peccato…l’investimento economico è davvero minimo e potreste scoprire un gusto insolito che vi sorprenderà, nel bene o nel male…

Il pomeriggio decidiamo di girovagare un po’ senza meta, perdendoci tra i vicoli, spesso il modo migliore per trovare vedute inaspettate.

Decorazioni (arancioni) per la Festa del Re





 Un insolito balcone





La sera un’ottima cena all’Hard Rock Café, immancabile, con vista panoramica sui palazzi illuminati.

 


giovedì 18 settembre 2014

Tunisia - ultimo giorno - Un po' di turismo

L’ultima mezza giornata a Tunisi, dopo tre serate consecutive di festeggiamenti, è dedicata esclusivamente al turismo. Sveglia alle otto, colazione in hotel, il taxi ci aspetta all’uscita per iniziare la nostra visita dell’area archeologica di Cartagine.
 

Sulla strada da Tunisi a Cartagine
La prima tappa è la collina di Byrsa, da cui si gode una fantastica vista sul mare. Qui, acquistando un unico biglietto, si ha l’accesso a diverse aree in cui poter ammirare i resti dell’antica città romana. Nella prima visita, i ruderi del Foro ci deludono un po’. Del resto noi veniamo da una città dove i ruderi non mancano di certo…perciò è normale che qualche resto neanche ben conservato ci faccia poco effetto...facciamo un giretto tra basamenti di colonne ormai scomparse e sarcofagi, e proseguiamo la visita nel museo archeologico, comodo anche per sfuggire al caldo-umido che già comincia a farsi sentire.
 
Ruderi sulla collina di Byrsa


All’interno del museo, apprezzo soprattutto i mosaici policromi (ho un debole per i mosaici) e alcuni resti di statue…un po’ meno le ciotole e i “cocci”, che, come ho già scritto altrove, per quanto possano essere di alta importanza storica, si trovano un po’ in tutti i musei archeologici del mondo e alla lunga mi annoiano.

 
 
 
 
La nostra visita non dura molto, ci aspettavamo di più, anche se le cose più interessanti dobbiamo ancora vederle…
 
La seconda tappa  del nostro mini tour, si svolge presso il Teatro Romano. Della struttura originaria resta ben poco, le gradinate sono state interamente ricostruite, ha comunque una bella grandezza (è il più importante in Africa) e ospita ogni anno un festival di musica leggera con concerti di artisti provenienti da tutto il mondo.
 

L'interno del teatro Romano 

Anche stavolta il tempo di guardarci in giro, fare un paio di foto, e poi ripartiamo per la zona più interessante: le Terme di Antonino. Anche stavolta un magnifico panorama sul mare, e un parco più grande in cui disperdersi allontanandosi dalle comitive di viaggiatori in pullman alla ricerca di un angolo (e di un rudere) in cui leggere le didascalie lontano dalla folla.
In questo caso valgono molto di più le foto dei resoconti.
 
 

 
Personalmente mi aspettavo qualcosa in più da questa visita, ma devo ammettere che fa comunque un grande effetto ammirare l’arte e l’ingegno dei Romani, soprattutto davanti a una vista spettacolare con il mare turchese sullo sfondo.
 
Negozio di souvenir all'uscita delle Terme
 
Dopo l’immersione nella storia Romana, ci dirigiamo verso un’altra attrazione della zona, la cittadina di Sidi Bou Said. Anch’essa situata in cima a una collina, a 20 km da Tunisi, è nata come villaggio di pescatori e successivamente divenuta meta e residenza di artisti provenienti da ogni parte del mondo.  La caratteristica principale della città sono gli edifici dipinti in bianco, con porte e finestre decorate in blu. La passeggiata tra le sue stradine è piacevole e suggestiva, anche se i negozietti locali propongono un po’ troppa paccotaglia, basta ignorarli e proseguire il cammino alla ricerca di un altro portone da ammirare e fotografare.
Anche in questo caso, le foto valgono più della descrizione.


 
 
Una delle bellissime porte blu

 
Durante la nostra passeggiata, ci siamo fermati per una sosta presso l’edificio di Dar El Annabi, casa tradizionale di un mercante tunisino trasformata in un museo per turisti, che permette di farsi un’idea dei vari ambienti di un’abitazione locale e della vita che vi si svolge(va) ogni giorno…molto carino, un po’ inquietanti i manichini, dall’aria impolverata, ma più che altro avrei gradito qualche informazione in più sull’arredamento, sulla divisione degli spazi, ecc. Forse una visita guidata sarebbe stata utile.  In ogni caso una tappa che abbiamo fatto volentieri.
 
L'interno della casa di Dar El Annabi
 
Dopo qualche altro giro per le stradine del paese, torniamo al taxi…il nostro soggiorno a Tunisi sta per terminare. Il tempo (lungo) di un pranzo in piscina con i nostri amici, i saluti di rito, e poi via verso l’aeroporto, dove aspetteremo diverse ore, dato che il nostro volo è in ritardo. In Italia sono in corso degli scioperi e si sono scombussolati gli orari di tutti i voli. Ricordo, perché mi pare di averlo già scritto altrove, che se siete in Tunisia e dovete rientrare a casa, vi conviene spendere fino all’ultimo dinaro fuori dall’aeroporto. Una volta passato il controllo bagagli, al Duty Free è possibile pagare soltanto in Euro.
 
Il nostro viaggio termina con un volo al tramonto, bello ma rumoroso, perché i bimbi piccini di alcuni passeggeri, che già scalpitavano in aeroporto, dopo tutta quell’attesa si sono agitati non poco…deliziando la nostra oretta di viaggio con urla da Guinness dei primati.
 
 
La nostra breve (ma intensa) avventura tunisina termina qui. Porterò nel cuore e ricorderò sorridendo gli abbracci delle persone che ho conosciuto, l’emozione di danzare con loro, la felicità dei miei amici sposi, tutto quello di nuovo che ho assaggiato-visto-provato. E’ stata una bella occasione non solo di svago, ma di cultura, amicizia e condivisione.

Il prossimo viaggio sarà più vicino e un po’ meno turistico. Scopriremo (forse) assieme il mare del Salento nella mia settimana di vacanze estive.

sabato 9 agosto 2014

Torino - ultimo giorno - mercato e Palazzo Reale

Nonostante le pessime previsioni, anche il giorno seguente, almeno per metà giornata, il tempo resta dalla nostra parte e ci consente di girare per la città senza aprire l’ombrello.
 
Dopo una buona colazione al bar (ormai abbiamo rinunciato volentieri a quella dell’hotel) ci avviamo verso la zona di porta Palazzo. La mattina sarà dedicata alla visita dei mercati, sia quello fisso, sia quello settimanale del Balon.

Il mercato di Porta Palazzo è aperto tutti i giorni, ed è diviso per categorie merceologiche. Sulla sinistra si trovano i banchi dedicati al vestiario. Sono parecchi, ma l’assortimento è piuttosto scarso: si tratta quasi esclusivamente di capi d’abbigliamento e scarpe prodotti in Cina. I prezzi non sono esposti ma credo che non differiscono da quelli delle bancarelle disseminate anche nella mia città. L’altro lato della piazza è dedicato a casalinghi e accessori per la casa: tappetini, lenzuola, asciugamani.   

La parte coperta ospita il mercato alimentare…sicuramente interessante da visitare per la vastissima offerta di cibi provenienti da tutto il mondo. Per noi che veniamo da Roma, un mercato equivalente, in piccolo, può essere quello una volta ospitato in Piazza Vittorio e oggi trasferito in una struttura più moderna poco lontano. La nostra visita è interessante (e golosa), ma c’è troppa gente e poco spazio per muoversi, così decidiamo di spostarci all’esterno e visitare un edificio più moderno situato alle spalle del mercato, il Centro Palatino.

Progettato dal famoso  e ormai gettonatissimo architetto Fuksas al posto del vecchio mercato dell’abbigliamento, esteticamente questo palazzone di metallo e vetro non ci convince per niente. Anzi, la sua mole imponente e la sua modernità eccessiva stonano decisamente con il resto della piazza. Un classico effetto “pugno nell’occhio”. Difficilmente mi capita di apprezzare edifici moderni inseriti in contesti architettonici antichi, ma in questo caso, al di là dell’evidente dissonanza tra stili, dobbiamo ammettere che questo pseudo-centro commerciale (semi abbandonato all’interno) è proprio brutto senza attenuanti che possano giustificarne l’esistenza.  All’interno è semiabbandonato, la maggior parte dei negozi sono chiusi, gli altri sono sull’orlo del fallimento e hanno le vetrine mezze vuote. Sembra prosperare solo un negozio di abiti da cerimonia, tutto il resto appare trascurato e sembra che stia per chiudere i battenti.

Al centro dello spazio commerciale, uno scavo che mostra i resti di…che cosa non si sa, perché non è indicato da nessuna parte. Scoprirò solo più tardi che si tratta delle ghiacciaie che nell’Ottocento venivano utilizzate per la conservazione dei cibi.
 
Camminiamo ancora per spostarci nella zona del “Balon”, mercato delle pulci che si articola per alcune caratteristiche viuzze nei dintorni di Porta Palazzo. Personalmente non amo molto questo tipo di mercati…non apprezzo l’antiquariato, il vintage, né tantomeno la semplice “roba vecchia”, e di quest’ultima al Balon se ne trova a volontà e per tutti i gusti. Esposizioni simili di merce improbabile le ho viste solo nelle vie limitrofe del mercato di Porta Portese a Roma. Ogni volta mi chiedo se quell’accumulo di cose da buttare troverà un acquirente che le sappia apprezzare e sia disposto a spendere (invece che essere pagato) per portarle a casa. Ma è questione di gusti: ho amici e parenti che hanno un fiuto speciale per trovare oggetti interessanti anche in mezzo al ciarpame. E riescono a fare affari, o arredare la loro casa ripescando oggetti e suppellettili di una volta e integrandoli in modo armonioso all’arredamento di casa propria. Ma guardandomi attorno non vedo proprio nulla che mi piaccia…se non le palazzine della zona, semplici e a due piani, sembra di camminare in un paesino all’interno della città.

Continuiamo la passeggiata tornando verso il centro. Attraversiamo la zona pedonale di Via Garibaldi, mentre il caldo comincia a farsi sempre più intenso. Approfittiamo di un passaggio refrigerato in libreria (dove trattengo a stento la mia pulsione all’acquisto compulsivo di favolosi volumi in offerta con il 50% di sconto)  e ci dirigiamo verso Piazza Castello. Attraversiamo la grande piazza antistante il Palazzo Reale e approfittiamo della visita per sfuggire alla canicola di mezzogiorno. Il biglietto ha prezzi differenziati, secondo gli ambienti e le esposizioni che si desiderano visitare. Una parte del palazzo è in restauro, ma gran parte delle sale sono aperte al pubblico. Scegliamo l’opzione che comprende parte del primo piano, l’armeria reale e il Museo Archeologico. 
Le sale di Rappresentanza, come in ogni buon palazzo reale che si rispetti, sono decoratissime, ricchissime, e denotano ostentazione fin nell’angolo più inaccessibile. Ma è normale. Negli ultimi anni ho visitato tanti castelli in giro per l’Europa, e devo ammettere che dopo lo stupore iniziale, dopo aver notato la differenza tra uno stile e l’altro, una sala “da ricchi” deve essere davvero molto particolare per attrarre a lungo la mia attenzione. Perché nei palazzi dell’epoca trovi spesso, da routine, gli stessi particolari un po’ stucchevoli: vasi cinesi dal valore inestimabile, lampadari che ti ricordano all’istante quanto dev’essere faticoso spolverarli, pavimenti schricchiolanti e tirati a lucido spesso ricoperti da passatoie per impedirne il logoramento, sedili improbabili in tessuti pregiati, ritratti di nobili in parrucca che nessuno ormai si ferma ad osservare (perché in fondo sono belli e fatti bene, ma un po’ tutti uguali), soffitti decoratissimi con allegorie che nessun visitatore medio è in grado di comprendere senza una buona e volenterosa guida che gli ricordi i miti del passato.

La sala da ballo del Palazzo Reale

Decorazione sui muri della sala da ballo
 
Il palazzo è decisamente bello e “come da copione”. Mi è rimasta particolarmente impressa la Sala da Ballo, con le decorazioni che ho tentato di fotografare senza flash (e che vedete in foto un po’ sfocate), per qualche istante mi sono soffermata a immaginare una serata di gala, le luci, gli abiti, la musica…è sicuramente un ambiente un po’ magico che è riuscito a catturarmi per un po’.

Altro ambiente da non perdere, anche se per me un po’ inquietante, l’Armeria Reale. Per me che detesto gli animali imbalsamati, trovarmi davanti tutti quei cavalli in perfetta tenuta da combattimento mi ha lasciata un po’ spiazzata. Ma sicuramente la sala è d’effetto. Uno degli scenari più interessanti del palazzo.
 
L'armeria reale
Anche la raccolta di armi è stata notevole persino per me, che detesto la guerra. Alcuni di questi terribili strumenti di morte sono vere e proprie opere d’arte, con intarsi, decori, pietre preziose, manici dai materiali più improbabili (una katana giapponese con fodero in pelle di razza)…mi stupisco sempre di più del modo in cui in ogni epoca siano stati spesi tanti soldi e tanta abilità per produrre oggetti destinati, sia pure per difesa, a uccidere qualcuno.

I giardini del Palazzo sono in restauro. Da mesi? No, da anni, e da quanto si riesce a vedere dai finestroni che si affacciano sul parco, i lavori non hanno nessuna intenzione di terminare a breve. L’aspetto è decisamente incolto e poco invitante. Peccato.

Usciti dal palazzo decidiamo di conservare i nostri biglietti e di continuare la visita dopo la pausa pranzo, che trascorriamo in una piazzetta dei dintorni. Scegliamo un locale con tavoli fuori, abbastanza affollato. Ci convince il fatto cha le persone sedute gomito a gomito sulle sedie in legno siano in prevalenza “locali”, e tutti mangino di gusto. Assaggiamo le alici in saor, una terrina di melanzane e della pasta al pesto e ricotta molto delicata e gustosa, innaffiando il tutto con un bicchiere di vino bianco Arneis. La sosta è gradevole, il cibo buono, l’unico neo è il trombettista itinerante che dovrebbe allietare i presenti con le sue prodezze musicali e invece si rivela più molesto e rumoroso del previsto.

Resisto al gelato (che mi chiama dalla vetrina di un negozietto dall’altro lato della piazza) e decidiamo di continuare la visita con la parte archeologica del museo. Una parte delle esposizioni è chiusa, ma noi possiamo accedere alla zona dove sono conservati i reperti più antichi. Il vantaggio principale di questa visita è la possibilità di fuggire nuovamente dal caldo afoso del dopopranzo. Di interessante, però, non c’è molto, perché come nella maggior parte delle esposizioni di oggetti antichi ci sono soprattutto quelli che io chiamo “i cocci”. Vetrine e vetrine di resti di antichi manufatti…per carità, preziosi e interessanti, ma quando si vive in una città dove questi oggetti abbondano in ogni angolo e i musei sono pieni di pezzetti di vasi, bottigliette, vetri lavorati, anfore, pettini, specchi ossidati e chi più ne ha più ne metta, dopo un po’ certe suppellettili, per quanto importanti, non fanno più effetto, anzi diventano semplici “cocci” e mi annoiano.
 
Tra l’altro una parte dell’esposizione è ospitata in una vecchia serra, un luogo sicuramente suggestivo e ottimo per la luce, ma senza aria condizionata di nessun tipo…una tortura quando la temperatura esterna supera i valori tollerabili. Così ai due impiegati gentilissimi che scherzano sulla nostra “visita-lampo”, spiego con un bel sorriso la situazione (sui cocci) e ce ne andiamo dopo pochi minuti gettando solo qualche rapida occhiata qua e là.

Il pomeriggio lo dedichiamo al relax…e la sera piove. Approfittiamo dei portici per un giretto, prendiamo un improbabile aperitivo (con tartine non richieste ripiene di maionese – e solo maionese) e poi andiamo a cena nel più che tipico ristorante “Porto di Savona”.  Il posto ha compiuto da poco 150 anni di attività, ed è allestito come una tipica trattoria (ho saputo solo oggi, in realtà, che fa parte di una serie di ristoranti appartenenti a Piero Chiambretti…complimenti, ma il sito internet è fatto davvero male). Il personale è gentile ma un po’ brusco, soprattutto la cameriera più anziana. Nonostante avessimo prenotato, ci ha riservato un tavolo in mezzo alla piccola sala incastrato assieme ad altri due, in pratica ci sembra di cenare assieme ai nostri vicini…l’unica alternativa è un tavolo ancora più sfortunato, posto proprio sotto il getto dell’aria condizionata, tenuta a temperatura polare. “Non vorrà mica che la spegniamo!” ci intima brontolando la cameriera “ma per carità!”, rispondiamo noi, e ci rispostiamo incastrati tra gli altri commensali.
 
M. prende un antipasto misto in carpione che già di per sé è un piatto unico. Peccato non mi piaccia l’aceto, perché le pietanze hanno un aspetto gustoso: uova, zucchine, carne panata…praticamente una cena completa.  Io opto per un piatto meno tradizionale ma più fresco, l’orzo con pesto di..boh, non ricordo…zucchine??? Il fatto che io non ricordi l’ingrediente principale del piatto la dice lunga: in effetti era piuttosto insipido, non cattivo, ma nemmeno da ricordare. M. è temerario e prende anche un primo piatto. Io passo al dessert e assaggio il Bonnet, dolce tipico locale, un budino di nocciole e cioccolata, buono, fin troppo abbondante. Sbirciando sui tavoli accanto al nostro ho particolarmente apprezzato la vista dei piatti di brasato con puré di patate, che sembrava tanto appetitoso quanto terribilmente invernale, quindi, nonostante l’aria condizionata che rendeva sopportabile il piccolo ambiente, non ho osato chiederne un assaggio.

La cena nel complesso non è stata male, ma il tipo di locale, con il suo aspetto volutamente “vecchio” ma non troppo accogliente, le pareti marroncine, i tavolini attaccati tanto da partecipare involontariamente a tutte le conversazioni dei vicini, non è nelle mie corde. Tra l’altro, se l’aspetto richiama in tutto e per tutto quello di un’osteria di altri tempi, il conto è quello di un normale ristorante, perciò il lato “spartano” si limita all’aspetto esteriore e non a quello economico.
La pioggia, annunciata da tempo, ha continuato a cadere per tutta la sera e anche il giorno seguente, in cui abbiamo fatto un ultimo giro del centro tra portici e ombrelli aperti. Dall’hotel siamo arrivati in stazione verso l’ora di pranzo, preso un paio di panini in uno dei due bar aperti (la stazione di Porta Susa è poco accogliente, se potete vi conviene arrivare non troppo in anticipo perché potreste morire di noia).

Il nostro treno parte sotto il diluvio. E prosegue con rovesci a catinelle per tutto il percorso, tanto da rallentare il viaggio di almeno un’ora. Arriviamo a Roma un po’ frastornati, e piove ancora. Una situazione meteo un po’ folle, che prosegue per tutta questa estate imprevedibile e bizzarra.
 
Dopo questa esperienza a Torino resto con tanti ricordi nel cuore. Gli scoiattoli, la mia amica lontana (ma allo stesso tempo più “vicina” di tante persone che conosco nella mia città), le piazze, i portici. Felice di aver fatto questo viaggio, arricchita di novità, pronta a riempire di parole e foto i miei post. Non so se tornerò presto a visitare Torino ma sono felice di aver organizzato questa piccola “fuga”. Un viaggio, grande o piccolo che sia, è sempre un ottimo modo di festeggiare un evento speciale…e di eventi davvero speciali vi racconterò a breve nei prossimi post. 

domenica 27 luglio 2014

Torino parte 3 - natura e cultura

Dopo un buon sonno ristoratore (il nostro hotel ha diverse cose che non vanno, ma il letto è comodo e si dorme piuttosto bene) ci prepariamo per la colazione e per una bella camminata approfittando del sole che dovrebbe durare almeno fino a metà giornata.

Chi mi ha consigliato questo albergo mi aveva parlato di una prima colazione abbondante e gustosa…ma qualcosa deve essere cambiato negli ultimi anni (forse la gestione), e il nostro impatto con la sala ristoro non è stato all’altezza delle aspettative: tovaglie con macchie di caffè vecchie di mesi, scarso assortimento di cose da mangiare, addirittura merendine confezionate tagliate a pezzi per risparmiare…(tutto mi aspettavo, tranne i flauti del Mulino Bianco divisi a metà), cornetti scongelati e gommosi, yogurt di marca improbabile, l’unica cosa che mangio davvero volentieri è la macedonia di frutta fresca. Non sono una che si ingozza a colazione (come fanno spudoratamente i nostri vicini di tavolo, che ne approfittano anche per confezionarsi di nascosto i panini del pranzo), mangio poco, ma mi piace mangiare bene. Se aggiungo alla triste offerta di cibarie anche un pessimo caffè servito da una cameriera dalle unghie con lo smalto scheggiato che sbadiglia incessantemente davanti ai clienti, direi che il quadretto è completo.

Ci ripromettiamo di fare colazione altrove nei giorni seguenti (anche se M., più paziente, propone la strategia alternativa del pane e marmellata che “tanto male non può essere…”).
A pancia piena ma non proprio soddisfatti, prendiamo l’angusto ascensore e ci mettiamo in cammino: la prima meta della giornata è il Parco del Valentino. Costeggiamo un pezzo di fiume, attraversiamo un lungo viale alberato e in dieci minuti ci troviamo all’ingresso del parco. Camminare in mezzo al verde è sempre piacevole. A differenza di quelle dei parchi più importanti della mia città, le strade all’interno di questa oasi verde torinese sono asfaltate. Da un lato si perde un po’ del fascino bucolico del viale sterrato, dall’altro si cammina molto meglio, e il percorso risulta accessibile anche ai disabili in carrozzina, ai passeggini e a chiunque abbia difficoltà a spostarsi a piedi e debba utilizzare altri supporti. Di macchine non ce ne sono. Il parco è quasi tutto per noi, incontriamo qualcuno che fa jogging, altre persone che si allenano facendo stretching sul prato e una signora anziana che ci sfreccia accanto sulla sua carrozzella a motore.

Lungo la strada semideserta troviamo, però, degli altri amici, una delle cose più belle della nostra visita al parco: gli scoiattoli. Un collega che aveva già visitato la città mi aveva detto che nella zona era possibile incontrare questi saltellanti e simpatici animaletti, ma mi aspettavo di avvistarli in lontananza e non che fossero così socievoli. Abituati a ricevere cibo dai visitatori, i piccoli roditori si sono abituati ad accogliere gli amici umani e a chiedere da mangiare a chiunque si sieda ai tavoli dei chioschi disseminati sui viali. Sono decisamente sfacciati (salgono sulle sedie libere e a volte persino sul tavolo), ma irresistibilmente carini (è proprio vero che la bellezza, in certe circostanze, aiuta!) e le loro incursioni sono gradite da tutti. Restiamo parecchio tempo incantati a guardare le loro scorribande e a inseguire con lo sguardo le loro code che sembrano gonfiate con un phon da parrucchiere. Rallegrati da questo “incontro ravvicinato”, continuiamo il cammino. Arriviamo al bellissimo Castello delValentino, un tempo residenza dei Savoia, oggi considerato dall’Unesco uno dei Patrimoni dell’Umanità e attuale sede della Facoltà di Architettura del Politecnico di Torino.
 Cortile del Castello
 

Il Castello purtroppo non è visitabile: una parte è in restauro e il resto a quanto pare ospita gli studenti. Ci limitiamo ad ammirare il cortile, notando la somiglianza dell’edificio con le residenze nobiliari che abbiamo visto in Francia tempo prima, durante il nostro breve tour nella Valle della Loira (sono di qualche anno indietro con i miei resoconti, ho ancora qualche bel posto di cui parlarvi). Facciamo qualche foto, con un bel cielo azzurro sullo sfondo, e proseguiamo verso la prossima meta.

Il Borgo Medievale, ai margini del parco, potrebbe trarre in inganno il visitatore disinformato: non si tratta di un quartiere costruito nel 1200, ma di una ricostruzione storica “artificiale” che risale agli ultimi decenni dell’Ottocento. Creato per un’Esposizione Generale, il Borgo riproduce vie e costruzioni tipiche di un villaggio feudale, con le sue botteghe, la chiesa, le insegne in ferro battuto, la fontana, e termina con il pittoresco edificio della Rocca, ricostruzione di una dimora storica del Quattrocento, ispirata al modello architettonico e decorativo di alcuni castelli realmente esistenti in Piemonte.

Ingresso del Borgo Medievale
 
Edifici del Borgo
 
 
 
Interno della Rocca con ricostruzione storica delle sale
All’ora di pranzo torniamo verso il centro e mangiamo in un bistrot-enoteca su Via Po. Piatti semplici, ma non prendiamo nulla di tradizionale: anche oggi fa troppo caldo. Continuiamo la passeggiata con qualche incursione nei negozi e mi concedo un pomeriggio di chiacchiere e amicizia: a Torino abita una delle mie “amiche di forum” che conosco “leggendola” da parecchi anni. Ci tenevo particolarmente a incontrarla “dal vivo”, perché a volte dalle parole scritte si impara tanto di una persona e ci sembra di conoscerla da sempre. Non vi racconto i dettagli dell’incontro, che con l’aspetto turistico c’entra poco, vi dirò solo che è stato bellissimo e speciale esattamente come mi aspettavo. Oltre alle chiacchiere di rito che sarebbero volentieri continuate a oltranza per tutte e due, la mia amica ci ha accompagnato alla scoperta di altre viuzze meno note del centro, di piccole botteghe, di altre piazze e ci ha dato qualche altro riferimento utile per la nostra esplorazione della città.

Il resto del pomeriggio è stato dedicato alle sale del Museo Egizio, interessanti, anche se una parte del palazzo è in restauro (i lavori dovrebbero terminare per i primi mesi del 2015), i reperti sono molti e ben conservati. La sala più interessante e assolutamente da non perdere è quella dello “Statuario”, allestita addirittura da uno scenografo vincitore di un premio Oscar (l’ho scoperto al ritorno, consultando il sito del museo). L’effetto è sicuramente spettacolare: le statue illuminate strategicamente, per risaltare in tutto il loro splendore, incantano e stupiscono i visitatori. Purtroppo le foto fatte senza flash non rendono giustizia alla bellezza dell’ambiente e dei suoi “abitanti di pietra” che hanno sfidato il tempo per arrivare fino a noi, affascinanti e misteriose, perfettamente conservate.
 
 

L’unico aspetto che mi ha un po’ intristito in questi casi, è sapere che tutti questi meravigliosi reperti sono stati prelevati, alla fin fine, da monumenti funebri. Quando vedo le mummie, esposte allo scoperto dietro a un vetro, con la gente che ci gira attorno incuriosita additando i dettagli “ben conservati”, penso sempre, con un velo di tristezza, che quei poveri corpi erano stati destinati al riposo eterno in un luogo sacro, e che il fatto di prenderli, spostarli, spogliarli dei loro ornamenti, studiarli ed esporli pubblicamente per me resta una forma di profanazione. Io non sono religiosa, so che a “loro” ormai non importa più…però ogni volta che capito in un museo che espone resti umani e oggetti prelevati da una tomba, mi assale lo stesso senso di malinconia, e mi chiedo se per interesse storico sia sempre giustificabile la violazione di uno spazio privato e intimo come un luogo funebre.

Ci allontaniamo dal silenzio e dall’atmosfera sospesa nel tempo del museo nel tardo pomeriggio. Il caldo-umido non si è attenuato per niente e, dopo tanto camminare, decidiamo di tornare in hotel per rinfrescarci un po’ prima della cena. Il pasto serale, stavolta, non ha nulla di tradizionale: esplorando una serie di traverse troviamo un allegro ristorante tex-mex e concludiamo la serata con un buon piatto di fajitas messicane. Del resto, non possiamo sempre fare i turisti precisetti: proveremo le altre specialità locali in un altro momento…e soprattutto, possibilmente, con un altro clima.