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giovedì 16 ottobre 2014

Imprevisti di viaggio – storia di tatuaggi e allergie

Ho deciso di introdurre una piccola parentesi nei miei resoconti di viaggio per mettervi in guardia da una pratica sempre più diffusa, soprattutto in viaggio o in vacanza, che potrebbe, in alcuni casi, rivelarsi pericolosa: quella dei tatuaggi all’henné.

Ve ne parlo per esperienza personale. Avete visto, in un post precedente, i bellissimi disegni che la “hennena” ha ricamato sulle nostre gambe e sulle mani della sposa durante la prima serata di festeggiamenti. Avete letto con quanta pazienza la signora ha eseguito i suoi dipinti sulla nostra pelle…quello che ho omesso nel mio resoconto è stato il seguito…
Una premessa: esistono vari tipi di henné per tatuaggi. O meglio, l’henné, quello vero, quello naturale, è uno solo. Diffidate da tutti gli altri aggettivi che aggiungono colorazioni improbabili, anche per i vostri capelli: tutto ciò che è “henné nero”, “henné mogano”, “henné neutro” non è henné puro, ma nel migliore dei casi un’altra erba, nel peggiore si tratta di henné naturale addizionato di altri ingredienti, tra cui potrebbero figurare composti chimici non sempre innocui.
Torniamo ai tatuaggi: quando si utilizza il “vero” henné, pura e semplice lawsonia inermis, il disegno sulla pelle risulterà di colore arancio scuro o marrone. Non sarà molto forte: per avere un colore più intenso sarà necessario fare più applicazioni e tenere il composto in posa per un tempo piuttosto lungo (diverse ore). Anche la permanenza del disegno sarà piuttosto breve, andrà via dopo qualche lavaggio.
Per ottenere, invece, un disegno di colore nero, in Tunisia si usa un altro composto, chiamato Harkous o Harkus. E’ un particolare tipo di inchiostro, molto prezioso, composto da noce di galla, chiodi di garofano, corteccia di noce, ossido di ferro o orpimento. Il processo per ottenerlo è lungo e complesso, perciò oggi viene spesso sostituito da miscele che contengono parafenilendiammina (Ppd), un componente chimico utilizzato anche nelle tinte per capelli, che può causare allergie da contatto piuttosto gravi.
La mia esperienza personale, e soprattutto quella della sposa, non sono incoraggianti.
Il mio tatuaggio ha iniziato a “prudere” il giorno dopo l’applicazione. Inizialmente in un punto solo, tanto che lì per lì mi sono detta “guarda te questa zanzara infame che mi ha punto la caviglia proprio sotto la tinta nera!”.  Dopo 48 ore il prurito si è esteso anche al resto della superficie del disegno, e sono comparse delle bolle a rilievo, per fortuna non troppo grandi e coperte dall’inchiostro, ma la sera il fastidio era diventato abbastanza forte. Ho applicato una pomata al cortisone (avevo con me il “Foille Insetti”, che utilizzo per le punture di zanzara) e il giorno dopo, dato che il prurito e le bolle erano sempre uguali, ho preso una pasticchina di Bentelan 0,50 a colazione e una a pranzo.
Il giorno dopo, rientrata in Italia, sono andata in farmacia (il mio medico era in ferie) e mi hanno confermato che la terapia che stavo seguendo era corretta. Ho soltanto aumentato leggermente la dose di Bentelan e continuato ad applicare la pomata (il farmacista mi ha detto anche che le creme al cortisone hanno tutte lo stesso dosaggio, perciò una vale l’altra, ho utilizzato quella che avevo già).
Il tatuaggio si è lentamente scolorito, doccia dopo doccia, le bolle e il prurito, per fortuna trattate tempestivamente, sono durati circa una decina di giorni. Durante questo periodo, soprattutto durante l’applicazione della pomata, ho evitato di prendere il sole sulla caviglia, proteggendola con una fasciatura quelle poche volte che ho messo piede al mare o in piscina.
Per la mia amica sposa la reazione allergica è arrivata più tardi, e sembra che questo sia il decorso più diffuso per le allergie da PPD.  I tatuaggi erano praticamente andati via, era passata più di una settimana dalla famosa serata della henna, quando su mani e piedi sono comparse tantissime bolle rosse accompagnate dall’immancabile prurito. Il risultato era un po’ spaventoso a vedersi…e soprattutto fastidiosissimo. Anche in questo caso il medico ha suggerito l’utilizzo del Bentelan, stavolta in fiale perché la superficie che presentava il problema era molto più vasta.
Alla fine la nostra disavventura sembrerebbe risolta, sono passate quasi tre settimane e io già da tempo non ho più prurito, il tatuaggio è quasi scomparso, ma ho ancora qualche macchia un po’ più rosea del solito sulla caviglia. Mi sono informata sul web, ci sono diversi siti che pubblicano foto di reazioni del genere, ma molto più violente delle nostre. A volte i sintomi si manifestano addirittura dopo 15 giorni dall’applicazione del tatuaggio temporaneo, e sembra che se non trattati nel modo corretto e tempestivamente, la sensibilizzazione può diventare più seria e creare non pochi problemi di salute. Non vorrei lanciare allarmismi inutili, ma anche il semplice prurito con le bolle non è simpatico. Considerate che spesso questi tatuaggi vengono proposti e applicati anche ai bambini perché venduti come “innocui” e soprattutto di breve durata. Mentre ero in farmacia e chiedevo informazioni, una signora che faceva la fila dietro di me mi ha detto che lo scorso anno sua figlia ha avuto lo stesso tipo di allergia per un tatuaggio simile, e che il fastidio le è rimasto per circa un mese.
Sentire tre casi di allergia da contatto in poco tempo mi ha lasciata un po’ spiazzata e mi ha convinta a scrivere questo post. Perciò, se avete intenzione di fare un tatuaggio temporaneo, fatevi prima una bella prova allergica, o utilizzate henné puro (sapendo che il disegno sarà marroncino chiaro, ma non vi riempirete di bubboni) o accertatevi prima delle sostanze presenti nella mistura che vi stanno applicando.
Se vi assicurano che è “tutto naturale”, diffidate: l’avevano detto anche a noi, la sera della festa… in più, ci sono tante piante assolutamente “naturali” e altrettanto tossiche o che contengono potenziali allergeni.
P.S. se doveste avere i sintomi di una reazione allergica al PPD, chiamate subito il medico o andate al pronto soccorso, valuteranno la gravità dell’allergia e vi consiglieranno la terapia giusta da seguire. Lasciate stare le cure “fai da te” e considerate che ogni fisico reagisce in maniera diversa, quindi la cura che è andata bene per me, potrebbe non fare altrettanto per voi.   

mercoledì 25 giugno 2014

Osteria della Sòla



(data originale post: 19/03/2009)

Sono due giorni che inizio a scrivere questo post e succede qualcosa che mi fa rimandare….è un po’ la caratteristica di questo periodo, non si riesce a trovare un attimo per fermarsi, mettere a posto le idee e scrivere, anche se la lontananza dal blog si fa sentire e mi vengono in mente mille idee che sono costretta a mettere da parte.

Iniziamo dalla sòla, che non è una suola di scarpa né una tizia dall’accento strano che soffre perché abbandonata da tutti, ma la classica “fregatura” in gergo romanesco.
In più di un’occasione vi ho raccontato che sono una gran golosa, e quando posso mi piace sperimentare nuovi locali. In genere, dato che in cucina non me la cavo troppo male, specialmente nelle occasioni un po’ più “importanti” non vorrei “solo” mangiare bene, ma anche trovare un ambiente particolare, inusuale, un po’ di originalità che mi faccia rimanere soddisfatta per aver speso soldi in più e non essere rimasta a casa a preparare qualcosa nella mia mini-cucina da alchimista…
Ero convinta di trovare proprio questo, quando ho deciso di prenotare in questo ristorantino del centro…Date le premesse mi sembrava il posto giusto per passare una bella serata, festeggiare un evento piacevole, assaggiare qualcosa di speciale e tornare a casa con un bel sorriso.

Ci eravamo capitati per caso qualche tempo fa, passeggiando tra le bancarelle di una mostra di pittura, in una via animata e suggestiva della Capitale. Da fuori il posto sembra un piccolo gioiello, in mezzo a tanti locali standard e un po’ asettici: le finestre incorniciate di blu, gli ombrelloni all’entrata, le finestre del primo piano semiaperte da cui si intravedono lampadari di stoffa dal gusto un po’ retrò. Un’edera rampicante che ricopre parte della palazzina dà al tutto un’aria pittoresca e fuori del tempo. E’ amore a prima vista. Ma quel giorno abbiamo altri giri da fare, prendiamo nota del nome e ci promettiamo di tornarci alla prima occasione.

E così un giovedì, dato che è 12, dato che non c’è nulla in frigo, dato che la settimana è stata pesante e la voglia di gratificazione aumenta in proporzione, colgo la palla al balzo e chiedo a M. di prenotare un tavolo.

Fa freddo, quella sera, ma dopo tante giornate minacciate dalla pioggia una volta tanto non c’è bisogno di aprire l’ombrello. Parcheggiamo piuttosto lontano, come sempre quando si tratta di fare un’incursione in centro senza i mezzi pubblici. La colonnina del parcometro, attivo fino alle 3 di notte, ci attende come una sentinella e reclama il suo dazio. La camminata sui sampietrini (ma perché non ho messo le scarpe da ginnastica invece di questi simpatici stivaletti che si infilano in ogni fessura?) sembra una prova a ostacoli, ma c’è l’attesa della cena in quel posto così carino, che mi fa dimenticare ogni scomodità.

All’ingresso siamo accolti da una ragazza gentilissima (dato degno di nota, credo sia l’unico punto di forza che ho trovato in questo ristorante) che ci chiede i giacconi, li appende a una stampella, e ci consegna una carta da gioco per il loro ritiro. Da lì comincio ad intuire che il conto della cena non sarà particolarmente economico…ma fa niente, una volta tanto si può fare.

Inizia la prima nota stonata: nonostante avessimo prenotato e la sala fosse vuota, ci viene assegnato un tavolino piccolo e scomodo, quasi di taglio alla porta (e alla relativa corrente fredda). La cameriera ci vede delusi, ma è simpatica e gentile, perciò decide di accontentarci spostandoci in un angolo un po’ più comodo e discreto (“sapete, il principale non vuole che diamo questi tavoli alle coppie….non si sa mai che debba arrivare una comitiva…possiamo unirli e fare un tavolo unico…”). Ma il locale non è affatto pieno. Anzi.

L’aspetto all’interno mantiene abbastanza le promesse. Luci soffuse, illustrazioni di pop-art alle pareti, un misto un po’ kitch ma gradevole di richiami antichi e moderni.
Il tavolo è piccolo. Troppo. Ci portano il cestino del pane e quasi non c’è spazio dove poggiarlo. Forse colpa degli enormi sottopiatti di vetro, che prendono quasi tutta la tovaglia, ogni portata diventa il pretesto per equibrismi ed incastri stile “tetris”.

Apriamo il menù. Chissà perché da un posto così mi aspettavo una proposta completamente diversa. Sognavo rivisitazioni, creatività, macrobiotica, quello che volete, ma mai il classico menù per turisti con pasta al ragù, ravioli, lasagne e carbonara. A prezzi, ovviamente, stellari. Mi cadono le braccia mentre leggo e rileggo le voci della lista. Le scaloppine al marsala (che preparo a casa quando ho poca fantasia e poco tempo) vengono 14 euro…e sono uno dei piatti più economici. I contorni vengono 8 euro, 7 le patate al forno. Ma si sa, siamo in centro… Mi guardo attorno e realizzo che i pochi tavoli liberi sono quasi tutti occupati da stranieri. Siamo in trappola.

Dopo averci pensato un bel po’, mi butto sul piatto più originale tra quelli elencati: “gnocchi con le vongole” chiediamo con aria speranzosa alla cameriera (dato che è giovedì, secondo la tradizione dovrei trovarli fatti il giorno stesso). E invece no. “Oggi non serviamo pesce. Lo trovate solo il martedì, il venerdì e il sabato”. Perfetto…si dimezza la scelta del menù…Ci guardiamo sconsolati. “Hei” sussurro a M. con aria complice e un po’ sconfitta “A me di queste cose non attira nulla!” “Neanche a me” fa lui, che in genere è una buona forchetta, ma come me si aspettava qualcosa di diverso. “E adesso che facciamo?”… Ricominciamo a leggere e rileggere, alla fine l’unico piatto che ci attira, perché diverso dalla fettina alla piastra e dal filetto ai ferri che possiamo mangiarci comodamente a casa nostra, è la coratella con i carciofi.

Piatto povero e tipico della cucina romano-laziale, la coratella è un piatto (bello pesante) a base di interiora d’agnello. Ne ho già parlato qualche tempo fa….a proposito di un altro ristorante. Non lo mangio mai, è una di quelle classiche pietanze che uno mangia una o due volte l’anno, perché non ho nemmeno capito bene se mi piace sul serio… però è sfizioso, e con i carciofi non l’ho ancora mai assaggiato.

Dato che io e M. non siamo grandi bevitori (mi piace bere bene, ma in modica quantità), chiediamo se sono disponibili mezze bottiglie o vini al bicchiere. La cameriera ci guarda con aria costernata “In realtà sì, abbiamo il vino della casa…” ma dalla faccia non sembra affatto convinta “è un vino toscano….e…ehm…buono….ehm…se volete ve lo faccio assaggiare”. Mi volto con discrezione e vedo che agli altri tavoli si deliziano con questo vino della casa, ma la titubanza della nostra simpatica ospite ci fa pensare che forse sì, conviene assaggiarlo prima di ordinarlo sul serio. E infatti è una porcheria. Prima di tutto sta in un bottiglione da cinque litri, di cui occupa nemmeno un quarto. Segno che è stato aperto già da un bel po’. Il tappo è un normale tappo a vite, un trattamento che in breve tempo metterebbe a dura prova anche il migliore dei vini da tavola. All’assaggio è aspro, alcolico e per niente piacevole da bere. Ci dirottiamo su un’economica (secondo il menù) bottiglia di Nero d’Avola da 20 euro. Il cestino del pane ha 2 fettine di casareccio, tutto il resto è alle olive (che detesto, ma è colpa mia).

La coratella arriva dopo il giusto tempo di attesa, l’aspetto è appetitoso, fa un buon profumo, anche se al posto dei pezzettini di carne a cui ero abituata, trovo dei tocchettoni che di abbacchietto hanno davvero ben poco…il sapore infatti è molto forte, troppo, la carne è dura e gommosa, i carciofi sono stati cotti con tutte le foglie esterne, che restano fibrose e intatte anche dopo lunghi minuti di masticazione. Cerco di mantenere il contegno e mastico…mastico…mastico…Io e M. ci guardiamo ridendo perché non sappiamo dove buttare queste benedette foglie che non vogliono saperne di ammorbidirsi. Alla fine, sconfitti, le abbandoniamo discretamente nell’angolo del piatto, e per evitare che si formi un mucchietto di carciofi sputacchiati, evitiamo di mangiarne altri.

Torna la cameriera e ci chiede se vogliamo un dessert. “Che dolci ci sono?” “Allora…Strudel di mele…” la cosa si fa interessante ma….“No!” grida una voce dal fondo della sala “lo strudel è finito!” “Ah!” fa la nostra cameriera arrossendo “Allora solo crostata di ricotta e tiramisù” . Ci arrendiamo e chiediamo un caffè, rinunciando a prendere una comunissima macedonia da otto euro (che con la frutta invernale, è garanzia di sapore e vivacità).

Il caffè è buono, per lo meno. Ma la cena è stata davvero pessima. Poca scelta, nessuna originalità, piatto di qualità davvero scarsa. E la sòla più grossa è il conto. Una bottiglia d’acqua, una di vino, due secondi (di frattaglie!!!), pane e due caffè, per la modica cifra di 80 euro. “La prossima volta andiamo al T-bone”…mi fa M. con aria complice ma visibilmente insoddisfatta.

Mi dispiace per i turisti, e per la mia città, che si merita una cucina migliore, ristoranti migliori, e proprietari meno “furbetti” e attenti alla clientela. Nota di merito alla ragazza che ci ha servito quella sera, evitandoci almeno una cattiva bevuta.

La prossima volta, spero di capitare in un posto migliore e, perché no, riuscire a suggerirvi un locale dove passare una bella (e “buona”) serata.

martedì 24 giugno 2014

Happy new…bufala*

Nota del 2014 - un'avventura deludente, quella del mio primo Capodanno Cinese nella Capitale. Spero che con gli anni la manifestazione sia migliorata rispetto a quella a cui ho assistito io, so che negli ultimi tempi dovrebbe essere diventata più importante e più ricca. Se avete esperienze recenti e positive fatemi sapere, tornerò volentieri a vederla.
 

(data post originale: 11/02/2008) - Sono già un paio d’anni che mi perdo le celebrazioni del Capodanno cinese nella mia città. E mi mangio le mani.
Memore delle scene di ogni buon film che si rispetti ambientato in una qualsiasi China Town americana, avevo in mente lanterne rosse che ondeggiano al vento, enormi draghi colorati e danzanti, banchetti di leccornie preparate al momento, fuochi d’artificio e tamburi che scandiscono il ritmo della festa.
Per ben due volte mi lascio scappare, per un motivo o per un altro, le manifestazioni organizzate dal comune di Roma…ma questa volta mi impunto come il più cocciuto dei muli e decido di non poter assolutamente mancare all’evento.

Le alternative per la domenica sono due: sfilata a Via del Corso con dragone di 18 mt dalle 11 ad ora di pranzo, o festa nel multietnico quartiere Esquilino alle ore 13, con tanto di palco, danza del dragone ed esibizioni varie.
Opto per la seconda soluzione, più compatibile con impegni familiari di vario genere, mi arrabbio come una delle Erinni per la partenza tardiva da casa, scodello una bella discussione sulla puntualità che mi avvelena per il resto del weekend (sono una specialista in queste cosine, quando mi gira male) e, naturalmente, arrivo in Piazza Vittorio in netto anticipo e senza neanche faticare troppo per il parcheggio. (No comment…o, più che altro, non infierite anche voi…)

All’ingresso dei giardini si intravede già da lontano un discreto movimento…due grandi palloni a forma di lanterne rosse sovrastano il cancello d’ingresso e si sente una musica allegra amplificata…le aspettative cominciano a salire e il buonumore torna a far capolino come il sole dietro quelle antipatiche nuvole bianche striate.
Fa freddo. Gruppi di bambini giocano scorrazzando armati di mazze colorate (cricket?!?)…un grande palco decorato e pieno di promesse è disposto in mezzo all’area pavimentata, gente di tutte le nazionalità del mondo si guarda intorno incuriosita.
 


Arrivano le prime delusioni. Niente bancarelle. Nemmeno una. Il Vale-immaginario si era preparato a percorrere una sfilza di banchetti gastronomici e di artigianato locale…e invece nulla.
C’è solo, da una parte, un tavolo di plastica pieno di bottiglie d’acqua minerale, per dissetare i passanti e uno più piccolo con i volantini della manifestazione.
Una signora anzianotta li raccoglie a piene mani, senza far caso che tutta la documentazione del caso è scritta esclusivamente in cinese, perché gli opuscoli in italiano – ci informa una ragazza con aria esasperata – sono già finiti il giorno prima.
 

Sono le 13. Continua ad arrivare gente che si raccoglie in attesa sotto il palco.
La musica di sottofondo è tutto, fuorché cinese…dopo una canzonetta pop di stampo latino-americano, ci propinano “Hotel California” degli Eagles in versione live…Suggestivo, forse, se non fosse del tutto stonato con il posto e il momento in questione…
Si vedono gruppi di famiglie con carrozzine al seguito, giapponesine trendy con capelli tinti e frisé, indiani incuriositi, romeni con buste della spesa, filippini sorridenti e senegalesi di passaggio.
Passano i minuti e non succede niente.

Dopo mezz’ora salgono sul palco due presentatori. Sembrano usciti dritti dritti da un cartone animato: cappotto rosso per lei, che annuncia in cinese, sciarpa bianca per lui, che sembra una strana versione di Pippo Baudo. Anziché introdurci la famosa danza del dragone, prevista all’inizio della manifestazione, fanno salire sul palco una mini cantante. Dico mini perché è piccolissima di statura, quasi invisibile, ma con una voce possente. Comincia il suo repertorio cantando a pieni polmoni una canzone in Inglese, forse famosa, ma l’acustica e le intonazioni gridate non mi consentono di distinguere il brano.
Pochi gli applausi della piazza, ma lei non si arrende…E riparte con una canzone intitolata “Adagio” (per i più tenaci, la potete ascoltare, qui
in un’altra versione). In questo frangente le stecche non si contano. E la qualità dell’amplificazione non gioca per niente a favore. Comincio a spazientirmi…sono le 14, si vede arrivare un drago di carta, pallido e di dimensioni ridottissime…lo fotografo da lontano e viene sfocato…
 

L’ugola d’oro, terminato il virtuosismo, si lancia nell’ennesima prodezza…Mettendo a dura prova la resistenza del pubblico. La vittima di turno è “Think” di Aretha Franklin, canzone che adoro e mi fa male ascoltare martoriata in quel modo...ma sopporto stoicamente, il dragone è vicino, e mi aspetta un pranzo indiano da leccarsi i baffi.
La piccola cantante ha terminato, i presentatori salgono sul palco e annunciano la danza di drago e leone….La folla attende speranzosa.
Dopo un quarto d’ora si fa strada tra il pubblico un pulmino, che con i fumi di scarico intossica tutti i presenti. Ne scendono dei ragazzi italianissimi che scaricano in mezzo alla gente dei materassi luridi e malconci, pare che serviranno per una successiva esibizione di kung-fu.
Sono le 14.30. Ho una fame da lupo e non succede nulla.
Il dragone stinto resta lì in un angolo, smontato a pezzi mette quasi malinconia…gli astanti cominciano a stancarsi e a chiedersi cosa sono venuti a fare…
Risalgono i presentatori come se nulla fosse…e annunciano il coro multietnico di voci bianche.
Del dragone abbandonato non si parla più.
 

Alzo la testa alle lanterne, prendo un’ultima visione della piazza, e decido che la Vale-missione di oggi termina qui, mi risparmio le voci bianche e mi dirigo decisa al ristorante indiano, consolandomi con un piccantissimo, speziatissimo e gustosissimo pollo tikka masala.
Della giornata, poco entusiasmante, vi lascio qualche foto, consigliandovi comunque un giro in quel mondo affascinante e colorato, magari in un giorno feriale, per apprezzarne le mille sfumature e visitare i negozi che portano pezzi del mondo nella nostra Città.
Se poi vi viene fame, fate un salto da Wasim...e vedrete che, come è successo a me, vi tornerà il buonumore…

*Foto (sfocate e non) by Vale

Ora d'aria


Nota del 2014 - Ancora un post "misto" che racconta la mia prima (e per ora unica) avventura con un ristorante peruviano. Dopo questo inizio piuttosto deludente non mi sono più ripromessa di tornare a provarne un altro, anche se mi rendo conto che non è la cucina in sé a non attirarmi più, quanto i locali cittadini troppo "riadattati" al gusto di casa nostra...


(data post originale: 28-01-2008) - Questa mattina sono arrivata in ufficio ascoltando un po’ di musica gitana [se cliccate sul link ascoltate anche le tracce!].
Il mio animo gipsy immaginava allegre coreografie con gonnellone svolazzanti, per ingannare il tempo e il freddo.
Ho grattato via tremando lo strato di ghiaccio sul parabrezza…al volante non si vedeva un’acca, mi sento sempre molto pirata della strada fino a quando non si è “scongelato” quel tanto che basta per ridarmi la visibilità da tutti i lati.

Ero un po’ in ritardo sulla mia solita tabella di marcia. Colpa, forse, della nuova stufetta temporizzata acquistata ieri mattina, con la speranza di migliorare la qualità della vita della giovane lavoratrice mattiniera…L’unico guaio è che non l’avevo regolata a dovere. Così, una volta suonata la sveglia, mi sono avviata verso il bagno con il sorriso sornione di chi “la sa lunga” e sta per entrare nell’habitat ideale per un dolce risveglio…
Il sorriso si è letteralmente congelato sulla faccia, accompagnato dalla sensazione della pelle d’oca. Il timer era 10 minuti indietro. E il bagno gelato, naturalmente. Ma vabé, è lunedì, questi scherzetti si sopportano meglio ripensando al weekend.

Un weekend di piccole nuove esperienze, come quella del Ristorante Peruviano, da sommare ai miei maldestri tentativi di “vita mondana” di cui vi parlavo qualche tempo fa.
Ebbene sì, l’incontentabile è rimasta un po’ delusa. Non tanto per la “location” in sé, che di tipico aveva ben poco, “tenda a ossigeno” compresa (il mio senso estetico ha un’avversione fortissima per i locali tavoli all’esterno chiusi da improbabili tendoni plastificati), quanto per il pasto che, vi confesso, mi aspettavo molto più “tipico”.

In realtà era cominciato abbastanza bene, con un piattino di platanos fritti e mais tostato, accompagnati da una salsa piccantissima da consumare in modica quantità.
Bello, mi ero già calata nella parte della turista gastronomica desiderosa di lanciarsi in un appassionante viaggio di sapori…
Tanto da “buttarmi” ad ordinare il ceviche, piatto nazionale composto da pesce crudo marinato con spezie…
E da lì la prima sorpresa. Il proprietario mi guarda sorridendo e scuote la testa “Ahi Ahi, no, meglio di no…” “Perché? E’ molto piccante?” E lui mette su un’espressione enigmatica che potrebbe voler dire tante cose…(del tipo “sì, è piccante da pelarti la lingua” oppure “no, ma il pesce non è fresco e ti verrebbe un attacco di dissenteria fulminante al primo morso”)…insomma, niente antipasto marinato “ma ci penso io” fa lui rassicurante, ed io, una volta tanto per non fare la pignola rompiscatole che non si fida mai, decido di affidarmi al suo buon cuore.
Ritorna dopo qualche minuto con un piatto decorato con croccanti foglie di radicchio e fette di patata americana fritte. Tutto ok, se non fosse che il piatto è una semplice insalata di mare. Di quella surgelata. Condita con olio extravergine d’oliva anche abbastanza saporito. Ma tutto qua. Niente sapori stuzzicanti. Niente sfiziosità. Niente etnico. Nessun viaggio di sapore…se non forse, un vago ricordo delle rive di Fiumicino…ma non era proprio questo il luogo a cui aspiravo...

I miei commensali sono più fortunati. Ordinano una papa rellena, grossa crocchetta fritta ripiena di carne trita, spezie e olive, accompagnata da salsa rosa abbastanza light.
Anche il secondo si rivela piuttosto deludente. Il mio lomo saltado è carne di manzo (dicono vitello, ma è manzo) piuttosto coriacea, cotta alla piastra e mescolata a pomodori, cipolle e patate fritte con un vago (ma proprio vago) sentore aromatico…Mastico molto. Gusto poco, anche perché sono già piena del pesce (abbondante) dell’antipasto.
Gli altri ordinano una bistecca, sperando di trovare un accompagnamento tipico.
Riso, ancora patate fritte (ma basta!), insalata (scarola tipicissima!!!) e, il massimo dell’esotismo, mezza patata lessa con salsa alla cipolla.
Tutto in porzioni abbondanti e servito con impeccabile cortesia.

Solo un piccolo appunto. Io sicuramente avrò sbagliato con la scelta dei piatti…così come chi era con me non avrebbe dovuto orientarsi su un secondo che non prometteva esaltazioni sensoriali, ma…a che pro proporre un menù “diverso” se poi si è costretti a riadattarlo ai consueti gusti “di casa nostra”?
Il pesce era piccante? Lascia che mi ustioni la lingua fino a domandarmi come accidenti fanno i peruviani a mangiare certi piatti, ma non abbandonarmi in balìa di un’insalatina di polpo scongelata!!!

Ho deciso che, magari più in là, affronterò di nuovo un ristorante di questo tipo…sperando si non trovare un’altra sorpresa troppo “casalinga” per i miei gusti…

Nel frattempo ringrazio comunque la mia ospite W-Anna, che ha carinamente offerto la cena. E mi ha, in ogni caso, fatto conoscere un altro posto.
Dove si può comunque tornare, con un animo diverso, meno viaggiatore e più casareccio, per mangiare una buona bisteccona annaffiata da un onestissimo vino rosso “della casa”, ed essere serviti con cortesia davvero apprezzabile (e sempre più rara).
Il posto, però, d’ora in poi, lo chiamerò “da Cesare” e guai a chi mi nomina il Perù…

P.S. il titolo è dedicato alla fantastica invenzione della “Domenica ecologica”, che una volta al mese, fino a marzo, mi terrà segregata fuori dal raccordo dalle 9 alle 17. Grazie, non potevate far scelta migliore per combattere lo smog e la mia libertà.

Vita Moldava

 
Nota del 2014 - Prima dei vari TripAdvisor & Co., in tempi non sospetti, mi divertivo a scrivere recensioni tragicomiche sui miei "viaggi gastronomici" in giro per la città. Le stroncature le ho sempre scritte in modo anonimo, perché di locali come quello che racconto su queste righe ce ne sono (ahimè) a bizzeffe sparsi un po' per tutta la penisola. Quando ho scritto questo post (nel dicembre 2007) non esisteva nemmeno "Cucine da Incubo"...forse oggi un personaggio come lo Chef Cannavacciuolo riuscirebbe a far miracoli anche in un posto così...


(Data originale del post: 6 dicembre 2007) - Il titolo del post è un semplice giochino di parole, con la Moldavia non c’entra nulla.
E’ una storpiatura, così come storpiate e strambe sono a volte le nostre esperienze di “mondanità”, le uscite conviviali in luoghi che si rivelano vere e proprie delusioni.

Vi avverto, oggi siamo sul polemico…ma non credo sia troppo un problema, pare giri male un po’ a tutti, persino il barista stamattina borbottava improperi tra i denti, lui che con infinita pazienza serve bevande all’orda di “impiegati mannari” delle dieci riuscendo a sopportare ed esaudire tutte le loro richieste (lo propongo per la beatificazione già in vita, ha davvero pazienza da vendere). Invece oggi mugugnava pure lui…non si è capito bene contro chi, ho colto solo un brandello di frase “ma guarda te ‘ste due str*** ” e ho preferito non approfondire.

Approfondisco, invece il discorso delle uscite mondane (e mondane si fa terribilmente per dire, come dal titolo) per borbottare un po’ sulle ultime discutibili esperienze nei locali che ho vistato. (è un post lungo, quindi ve lo propinerò un po’ per volta).

Ieri mi hanno invitato a cena in un nuovo locale all’Infernetto.
Da fuori sembra una villa di campagna, e sulla porta arriva un buon odore di brace.
Promette bene.
Ma non sempre le promesse sono mantenute.
Ha aperto da poco, e questa sera il pizzettaio è in libera uscita. Pare non sia previsto un sostituto, quindi – prima delusione – niente pizza.
Il forno a legna spento, con i cartoni “a portar via” e le pile di piatti vuoti fermi ad aspettare invano, mette una tristezza infinita.
Il locale è composto da un'unica grande sala, arredata in modo da richiamare una piazzetta di paese. Carino. Pochi commensali in mezzo alla settimana, sicuramente si riempirà di clienti affamati nel weekend.
Siamo pochi, ok, ma mi tocca lo stesso la trave centrale giusta giusta dietro la mia sedia.
Nessuno se ne preoccupa, del resto sono in ritardo e ben mi sta, niente corsa a “li mejo posti”.

Niente pizza, quindi sbircio la lista dei primi. Piatti romani che, non me ne vogliate, sopporto poco e soprattutto a cena (du’ bei facioli co’ le cotiche prima di andare a dormire non fanno per me, sorry, stavolta passo).
Mi butto sull’innocente fettuccia ai porcini. Coi porcini in scatola (o surgelati? Non è facile capire). Duri, unti, retrogusto amarognolo, una vera tortura. 11 Euro.

Per secondo chiedo un maialino al forno con patate. “Non c’è” fa il cameriere (sarà col pizzettaro, penso io) “Forse c’è qualcosa alla brace, se vuole guardo”. Fa niente.
Aspetto che gli altri finiscano i loro piatti di abbacchio (faccio sempre la figura di quella con la puzza sotto al naso in questi posti, ma non è colpa mia se le pecore - e la trippa – non mi piacciono per niente) e mi distraggo con l’idea di un dolcetto finale per ammazzare il saporaccio dei funghi. Nel frattempo mi scolo un paio di bicchieri di vino, per mantenere viva la conversazione con gli altri commensali (Montepulciano buono, devo dire, forse qualcuno l’ha portato da casa?!?).
Torna il cameriere e annuncia felicemente la folta lista dei dessert: “tiramisù, panna cotta, crème caramel”. Mi giro sconsolata verso il frigorifero sperando di trovare un appiglio, ma davanti ai miei occhi trovo solo una scena desolante.
Bindi in confronto è meglio di Nonna Papera.
Lasciamo stare.

Per onorare la cena (e non sorbirmi il solito “ma tu non mangi niente?” già annunciato dal cameriere – perché il cameriere non si fa mai i fatti suoi?) decido di prendere un ananas, quello almeno l’ha fatto Madre Natura, non dovrebbe creare brutte sorprese.
Del resto è colpa mia se inizio a mangiarlo dal fondo…e se di 6 pezzi sono commestibili solo i primi due e il resto è completamente acerbo.

Olé, la cena è andata…declino sorridendo il caffè, e mi rallegro sentendomi sollevata perché altre persone a tavola con me iniziano a dare giudizi poco entusiasti sul cibo e sul locale.

Ok, sono salva! Non sono cattiva io, è il locale che fa schifo.
Mi sento meglio e lo sconsiglio vivamente.
Non faccio il nome, perché non ho provato tutti i piatti, specialmente quelli di carne, che potrebbero (magari se tornasse il maialino dalla gita) anche essere gustosissimi, per quanto ne so.
Ma lo dirò agli amici, questo sì, perché, come dice qualcuno, il passaparola è importante.

Mi fermo qui, per ora, ma – se vi va - vi aspetto per la prossima avventura di “Vita Moldava”. Ne leggerete delle belle.